L'Angolo Politico della Casa - AFFI Associazione  Federativa  Femminista  Internazionale


L’AFFI
- Associazione  Federativa  Femminista  Internazionale - grazie alla collaborazione di tutti i gruppi e al patto con le donne delle istituzioni, nel riconoscimento e nella reciproca autonomia, ha creato le condizioni affinché lo spazio della Casa Internazionale delle Donne fosse punto di riferimento e luogo di incontro per l’elaborazione e la realizzazione delle scelte e delle pratiche politiche dei gruppi federati e più in generale delle attività politiche, sociali e culturali delle donne.


Comunicato AFFI   n2/2011 del 8 settembre 2011

Un porco ignobile resta un porco ignobile
Anche quando si traveste da umano.

Che tutti gli animali sono uguali, ma i porci si ritengono “più uguali” quando governano la fattoria, lo ha scritto Orwell e lo sta vivendo questa “Serva Italia”.
Nel paese  dove la realtà supera  ormai la fantasia  più sfrenata  degli scrittori,  non sembra esserci  alcun limite.
Come in un porno-horror film l’orwelliano  mediocre Sacconi vecchio rimasuglio del governo di nani e ballerine   e consigliere economico (sic! ) del disastro Craxiano, assurto per evidente inettitudine e demeriti a “ministro” del governo Berlusconiano degli inetti, dei servitori,  degli  inquisiti,   “spiega” il NO della CGIL, alla violenza  contro lo statuto dei lavoratori  e il Diritto del Lavoro da lui pervicacemente voluta e introdotta nella manovra predatoria  delle risorse pubbliche  con lo stupro perpetrato contro  un convento di suore.
Silente  e serafico, accanto a lui siede il segretario della CISL, in passato onorato  sindacato  di lavoratori  e lavoratrici  (sic!)

ESIGIAMO  LE  IMMEDIATE  DIMISSIONI  DI  QUESTO  INCUBO  ORWELLIANO  AL GOVERNO

Presidenza AFFI
Edda Billi  - Irene Giacobbe


L’ AFFI  aderisce  allo  sciopero indetto dalla CGIL  per il giorno
6 settembre 2011

Perché  - lo ribadiamo – dire basta non basta più , ma è doveroso insistere nella protesta ,  continuare, continuare e resistere.

Questo Governo di esemplari  incompetenti , ignoranti , nani e ballerine , grandi esperti soltanto di traffici e intrallazzi, di saccheggio delle risorse pubbliche a proprio personale vantaggio  ammorba persino l’aria che respiriamo . C’è bisogno di moralità e consapevolezza da parte di tutti e tutte.
Questa  marmaglia di  sperperatori  di beni comuni  - a nostre spese e a danno di questa e delle generazioni future -  ha  inflitto alle donne nel corso degli ultimi 20 anni  il peso  peggiore di questa  politica  grassatoria.
Lo ha fatto contro le lavoratrici, precarizzate, offese, impoverite, ricattate;  lo ha fatto contro le casalinghe, le pensionate, le donne anziane ,le studenti e le insegnanti , le madri e le figlie, le persone con disabilità e quelle che vogliono morire con dignità. Ha tagliato su tutto:  su scuola e cultura, informazione e spettacolo, salute e prevenzione,  servizi pubblici e trasporti.
Ha garantito  malaffare e razzismo, “legalizzato”  l’evasione  fiscale, potenziato il gioco d’azzardo  favorendo la criminalità e le mafie.
Ha portato al governo del paese evasori, mafiosi, corrotti , complottisti e piduisti  e per buona misura con la complicità dei leghisti  ci ha  espropriato del diritto di scegliere con il voto la composizione del Parlamento.

Cos’altro deve succedere?
Se vogliamo dire BASTA  a questo orrore ,
dobbiamo  PRETENDERE  il CAMBIAMENTO
richiamare tutte e tutti alla RESPONSABILITÀ  di  AVVIARLO
anche con questa manifestazione.
TUTTE  INSIEME  il GIORNO  6 settembre 2011



Comunicato AFFI  n 1/2011
del 18 gennaio 2011   

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma BORDELLO!”

Ci sarebbe piaciuto poter scrivere questo :

…..“In questa nostra Italia, democratica e laica , dove una classe politica di altissimo valore morale governa , dove trasparenza e onestà imperano, brilla di luce propria un premier , eroe senza macchia e senza paura,  Unto dal signore,  amante della famiglia e dei figli, rispettoso delle donne e che tutti rispettano e portano ad esempio , anche all’estero.”…..

invece siamo costrette a citare Dante che, preciso e terribile, dice di questa nostra nazione ciò che è diventata grazie a lui , grazie a  un premier senza scrupoli attorniato da una squadra di ladri,  mafiosi,  prosseneti, adulatori, sciacalli, magnaccia, violenti e saccheggiatori.

Un Bordello !

Presidenza AFFI            Edda Billi -    Irene Giacobbe  


Comunicato AFFI n.7 del 7 settembre 2010

Si può tacere? A quale prezzo?

Oggi si uccidono anche le speranze e c’è da chiedersi dove –
in questo mondo ostile- abbiamo trovato rifugio noi donne.
Dopo tante lotte, tanti sogni, tanta voglia di cambiare la vita,
anche a nostra misura.

Le donne iraniane da uccidere, perché fanno paura, ultima Sakineh;
le mutilate nel corpo vivo e nell’anima, da ferire e sottomettere;
i femminicidi quotidiani, consumati nell’omertà familiare;
le sconvolgenti volgarità cui si sono sottoposte donne portate
a pagamento alla corte di circhi di grotteschi clown;
le donne Rom perseguitate, che pagano ai novelli officianti
della sicurezza razzista, il peccato della povertà.

Gridano vendetta davanti alle coscienze le nostre sorelle
che non sappiamo né riusciamo a difendere.

Sarebbe possibile però, se davvero le donne INSIEME trovassero la voce e la forza per farsi
Risentire prima che il buio della violenza, dell’indifferenza e del silenzio ci sommerga.

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe;




Comunicato AFFI  n 6/2010 
Roma,14 aprile 2010

LETTERA A TARCISIO B.

Illustrissimo, colendissimo, reverendissimo,
Cardinal Tarcisio Bertone

Siamo genuinamente stupite della di Lei siderale ignoranza nei riguardi della vexata questio della omosessualità che, impudicamente Ella paragona alla pedofilia.

Dicesi OMOSESSUALITÀ: l’inclinazione erotica verso soggetti dello stesso sesso, adulti e coscienti.
Dicesi PEDOFILIA: perversione sessuale caratterizzata da attrazione erotica verso i fanciulli, indipendentemente dal loro sesso.

Ora, che Ella voglia fare d’ogni erba un fascio,è ,oltre che colpevolmente mendace anche volgare, da uomo incolto.

Ne comprendiamo le cardinal-ragioni: coprire per l’ennesima volta ciò che è meglio non dire.

Come può confondere un rapporto d’amore tra due esseri coscienti , consenzienti, adulti, con la devastante violazione del corpo e della  mente di fanciulli e fanciulle dei quali si tradisce la fiducia, la speranza, il desiderio e la vita stessa?

La sua è malafede , e non è bello per un porporato professare la fede-mala.

Da osservatrici attente
Presidenza AFFI          Edda Billi - Irene Giacobbe  


Comunicato AFFI  n 4/2010
Roma, 23 marzo 2010 

MISTERI DOLOROSI

A 100 ore dal voto  la Cei del Cardinal Bagnasco lancia il suo anatema.
Contro l’aborto ”che si vuole rendere invisibile”.

Se si riferisce a quelli praticati a pagamento dai medici obiettori
fuori dalle strutture pubbliche
ha detto una cosa sacrosanta.

In un mondo di  scandali clamorosi e di violenze contro i bambini,
si spera che l’elettorato cattolico
cui era rivolta la paterna sollecitazione
accolga favorevolmente
l’invito a riflettere
prima di votare
in favore dell’aborto clandestino.

Presidenza AFFI           
Edda Billi - Irene Giacobbe 



Comunicato AFFI  n 3/2010                             
Roma, 19 marzo 2010

CON  LE  DAMAS  DE  BLANCO  CUBANE

Travestiti da “reazione popolare”
agenti in borghese e attivisti di partito
hanno con violenza e bastoni
represso una manifestazione di donne
pericolosamente armate di fiori e di parola.

Protestavano contro un regime
che azzittisce e fa morire chi non si allinea,
chi dissente.
Protestavano le Damas de Blanco
pacificamente
contro il regime cubano che,
come quello italiano,
non permette che voci diverse possano levarsi contro di lui.

Noi stiamo con le signore in bianco,
con queste donne coraggiose
e con tutti quelli che
scendono e prendono parola in piazza
per continuare la loro lotta di libertà.

Il colore di chi reprime con la forza
– o con telefonate –
non cambia la sostanza della violenza e dell’intimidazione.

Il potere patriarcale, ovunque si manifesti,
ha sempre la stessa faccia ottusa e brutale.

Presidenza AFFI           
Edda Billi -    Irene Giacobbe        



COMUNICATO  AFFI   2/2010            Roma, 12 marzo 2010

NON C’È FUTURO SENZA DONNE COSCIENTI

È disperante vivere in un Paese in cui ogni giorno la legalità viene calpestata dai pesanti scarponi di questi affossatori di libertà, che marciano, uomini e donne, a passo d’oca, indifferenti di fronte allo sfacelo che provocano.
Li abbiamo conosciuti, già nel ventennio, perché a volte ritornano come tragica farsa e si somigliano.
Hanno sguardi biechi, pance rigonfie e appetiti smisurati e nessun rispetto nei confronti di chi la pensa diversamente da loro.
Invocano il Popolo che li ha “votati” e ignorano la Costituzione; convinti che chi ha il potere può fare tutto ma proprio tutto e non sanno che è la via  che condurrà tutti verso la catastrofe, loro compresi, poiché sempre un potere infausto e mal gestito si ritorce su chi lo esercita.
Nani che si credono giganti solo perché stanno sulle nostre spalle.
Miserabili approfittatori di beni pubblici e volgari mentitori.
La menzogna è la loro cifra.
Il cammino che ci costringono a percorrere porta diritto verso una dittatura.
Se non sapremo ribellarci. Almeno noi donne ripensiamo l’imprevisto che scombini i loro piani.
Non è della loro parità che abbiamo bisogno né di triste omologazione come la faccia di un clown triste.
Riprendiamoci in mano per guardare all’altrove: noi non siamo tornate al silenzio e non ci siamo arrese, né le giovani sono l’esercito da  reclutare per maschi guardoni e osceni tangentari.
Siamo la speranza.
Sappiamo bene la potenza del male patriarcale e se riusciremo a ritrovare il bandolo di questa arruffata matassa, chissà non si riesca, donne e uomini, a frenare la corsa impazzita di questo mondo di maschi arroganti.
Non c’è futuro senza le donne coscienti.

Presidenza A.F.F.I
Edda Billi ,  Irene Giacobbe,  Gabriella Guidetti



COMUNICATO  AFFI   1/2010            Roma, 19 febbraio 2010

RUBIN  HOOD
OVVERO  COME  RUBARE  AI  POVERI  PER  DARE  AI  RICCHI

Foreste  in cui nascondersi;
nel bosco di Sherwood  gli arcieri tendevano agguati ai ricchi crapuloni
per dare ai poveri,
I ladroni di oggi, alla luce del sole,   sfacciatamente
rubano ai poveri per dare ai ricchi .

Per ogni 1000 Euro di povera pensione , lo STATO  ne trattiene ben 125.
Per ogni 1000 euro di somme miliardarie ,  occultate  all’estero e sottratte all’erario ,
lo Stato chiede al ladro 50 euro appena .
E ancora non contento  restituisce a chi è  ricco  
le somme che ha sottratto al povero,  a chi  ha meno.

Infatti nella scuola privata ben 490 euro per alunno
vengono elargiti  a quelli che hanno di  più,
redditi  milionari  autocertificati;
per chi cresce famiglia con reddito da fame , sotto 15.000 euro per  un anno,
(che dovrà anche attestare con carte protocollo)
viene data appena una miseria  (3,20) .

E che dire dei soldi destinati alle feste, ai voli miliardari di nani e ballerine ,
ad amici e cognati assunti a spese nostre ?
E che dire del  merito negato, della scuola avvilita, della ricerca demolita ,
della sanità fallita,  dell’informazione  screditata?
E i ruffiani promossi  a grand commis di Stato?  Spregevoli ,
volgari,  ignoranti e prepotenti ?
E sono soldi nostri quelli che i “birbantelli”  spartiscono “ridendo” alle spalle
di chi  ha la casa distrutta, il presente distrutto , il futuro distrutto.

Ma  si dice che il popolo li vuole, perché li vota in massa;
Noi crediamo  al contrario che il popolo non sappia  ciò che costoro fanno:

Derubare lo Stato
Rubare  ai poveri per dare ai ricchi.

Presidenza A.F.F.I
Edda Billi ,  Irene Giacobbe,  Gabriella Guidetti


Comunicato del 20 luglio 2009

Refuso?

Davvero non capiamo se si tratti di cattiveria gratuita, o di mancanza di stile, o di facile offesa, o di inutile volgarità, o di semplice ignoranza.

E’ insensato l’aggettivo “funesto” usato da Renata Polverini per qualificare il femminismo -  e quindi anche noi che orgogliosamente ci definiamo femministe-  e quel grande movimento delle donne di ogni paese (vedi Virginia Woolf, Catharine Mac Kinnon, Gloria Steinem, Gisèle Halimi solo per citarne alcune) che ha dato vita all’unica rivoluzione del XX secolo che senza sangue, senza guerra, senza violenza ha modificato e continua a modificare il mondo.

Nell’intervista rilasciata al Messaggero, pubblicata il 19 luglio, alla domanda “Le italiane sono tutte femministe?” ha risposto “No, cominciano da poco ad apprezzare le donne. Il femminismo è stato una parentesi funesta.”

Sono tanti i modi per dire ciò che il femminismo è e significa, anche da parte di chi non avendolo praticato non si attarda neppure ad analizzarne e valutarne la portata.

Certo non è - e non è stato - parentesi funesta.

Solo chi ritenga che ogni conquista, ogni diritto, ogni rivendicazione di libertà femminile costituisce un evento negativo, può definirlo così.

Per Lei, ci auguriamo davvero, da femministe, che possa trattarsi di un brutto refuso.

Presidenza A.F.F.I
Edda Billi ,  Irene Giacobbe,  Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL 2 luglio 2009 

La storia è una severa maestra

LUSSURIA  -   W.Shakespeare - Sonnet 129  -Th'expense of spirit in a waste of shame

Sciupio dello spirito in un mare di vergogna
È la lussuria in atto; e finch’è in atto la lussuria
È spergiura, assassina, sanguinaria, sprezzante,
selvaggia, estrema, brutale, crudele, infida.
Non appena goduta, subito disprezzata,
oltre ogni ragione cercata e non appena avuta
oltre ogni ragione odiata, come un’esca ingoiata
che rende pazzo chi la ingoia ;
pazzo per raggiungerla, pazzo nel possederla;
Dopo, durante e prima sempre estrema;
Una beatitudine promessa che si trasforma in pena;
Prima una gioia sperata, e dopo, un’illusione.
Il mondo questo lo sa; ma nessuno sa bene
Come sfuggire al cielo che porta a questo inferno.       (Traduzione di Irene Giacobbe e Edda Billi)

Fin dove può dispiegarsi l’ossessione dell’impunità?
Legge, giustizia, morale, diritto, dignità, decenza, pulizia, costume, decoro.
Nessun limite a disprezzo, vilipendio, cinismo, dileggio, ludibrio, scherno?
E’ già successo in passato!
La storia è una severa maestra,
ma gli allievi non sono oggi all’altezza.


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Testo  originale  :  W.Shakespeare - Sonnet 129  Th'expense of spirit in a waste of shame
The expense of spirit in a waste of shame
Is lust in action; and till action, lust
Is perjured, murderous, bloody, full of blame,
Savage, extreme, rude, cruel, not to trust,
Enjoy'd no sooner but despised straight,
Past reason hunted, and no sooner had
Past reason hated, as a swallow'd bait
On purpose laid to make the taker mad;
Mad in pursuit and in possession so;
Had, having, and in quest to have, extreme;
A bliss in proof, and proved, a very woe;
Before, a joy proposed; behind, a dream.
All this the world well knows; yet none knows well
To shun the heaven that leads men to this hell

Presidenza A.F.F.I
Edda Billi ,  Irene Giacobbe,  Gabriella Guidetti


COMUNICATO AFFI  del  12  giugno  2009

CHI  LI  FERMERA’ ?

In questa  grigia Italia
legislativamente fascistizzata
stanno arrivando le ronde  nere .

Legittimati da una legge violenta
votata da questo governo
dal 13 giugno scorazzeranno nelle nostre strade
in divisa “nazista”,
loro,
i patrioti della Guardia Nazionale Italiana.

Sulla manica delle “camice grige”
l’ aquila imperiale romana .
Avranno cinturoni e spallacci neri,
cravatte nere,
pantaloni grigi con banda nera laterale,
basco, anfibi neri
guanti di pelle nera
e grossa torcia elettrica di metallo nero.
Come le SS di orrenda memoria.

Abominio puro !
A quando l’olio di ricino ?

Assisteremo inerti?

Presidenza A.F.F.I
Edda Billi ,  Irene Giacobbe,  Gabriella Guidetti  



COMUNICATO DEL 16 APRILE 2009

POSSIAMO  LASCIARLE  SOLE?

La chiamano “legge sul diritto di famiglia”
quella voluta dal presidente afgano Karzai.
L’articolo 132 recita - per le famiglie degli sciiti –
che le mogli debbono assecondare sempre
i desideri dei mariti.

Legalizza – la legge - anche i matrimoni con bambine
ed è fatto divieto ad ogni donna
di uscire senza il permesso del coniuge.

Trecento Donne hanno avuto il coraggio di
urlare la loro indignazione e la loro rivolta.
Lo hanno fatto davanti all’università
luogo simbolico della ragione e della conoscenza
del diritto e della libertà
luogo di non violenza,
tutto quello che il legislatore ha loro negato.

E contro le parole sono partiti i sassi !
Rappresentazione inequivocabile di lapidazione
contro donne che osano prendere parola
compiuta sia da maschi che da femmine
incapaci di riconoscersi libere.

Possiamo lasciarle sole?

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL 13 marzo 2009

VILI EROI DI TEMPI BUI

Eccoli ancora !
i nostri eroi senza macchia e senza paura .
Sono bianchi, maschi, ariani, eterosessuali.
Uno di loro, il più “eroico”, ha quarantatre anni;
gli altri due ventuno e ventidue anni.

Sono una “squadra” micidiale.
Niente li può fermare!
Gli obiettivi sono scelti con cura,
e questo obiettivo è duro da affrontare :
un disabile al cento per cento
e per giunta omosessuale.

Lo lasciano per terra sanguinante
dopo una “doverosa” scarica di pugni e calci.

Siamo a Pordenone
non a Niscemi
e nessuno dei passanti li ha fermati.
Che si sia trattato di omofobia?
No, non e’ possibile!
Siamo un popolo di eroi!!!


L’AFFI aderisce al sit in indetto
da IMMA BATTAGLIA Presidente DiGayProject
Che si 14 marzo alle ore 11,00 a Roma - Galleria Colonna
Con la speranza che non sia la sola voce nel deserto

Presidenza AFFI
Edda Billi - Irene Giacobbe - M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL  25 gennaio 2009

Rabbia e disgusto

Le parole non bastano più
per dire la rabbia e il disgusto:
“Servirebbero tanti soldati quante belle donne”
Lectio magistralis del presidente del Consiglio.
Parole da bordello degne di un politico di miserrima levatura.

Urliamo la rabbia
perché anche l’indecenza dovrebbe avere un limite
per chi, come questo vecchio indecente, crede di potersi permettere tutto,
contando sulla viltà intellettuale della casta Orwelliana di cui si circonda
prodiga di servilismo e ammirazione per il capo “Napoleon
pronta ad applaudire i lazzi grevi ed espliciti che vomita periodicamente.

Le parole non bastano più
Ma una sola urliamola che raggiunga ogni angolo della terra
Vergogna
Su di lui
e sullo squallore da Fattoria degli animali
nel quale sta riducendo questo Paese.

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL  24  Gennaio  2009

Dire “BASTA !” non basta piu’

E’ la vigliaccheria il connotato più evidente di questi maschi stupratori.
Forti del numero non si fermano davanti a nessun ostacolo: Eroi!!
Straziano un corpo di donna, lo stesso che li mette al mondo , e così dimostrano tutta la loro magnificenza di maschi intrepidi, che usano il loro sesso come un’arma.

Da troppi secoli lo stupro è la loro cifra, maschi,  dei quali la bestia più feroce si vergogna.

Maschi , in un paese impazzito da prestazioni televisive che misurano grandezze di seni debordanti,
sproloqui di esperti gazzettieri tuttologi del nulla, dove l’assenza più evidente è l’intelligenza,
dove non hanno spazio le passioni della mente e la scienza e soprattutto la donna che pensa.

Dire BASTA! non basta più.
Essere forti e unite forse ci salverà dall’ignavia e dal  silenzio dei tanti uomini potenti.

Nascosti dietro le parole “sicurezza” “decreto” “polizia” per costoro, lo stupro, si traduce nei fatti tutt’al più
in arresto domiciliare del maschio violento nazionale, in blanda esecrazione di facciata, in libertà di uccidere di nuovo.

La sorellanza che è ancora rimasta sulla terra, forse ci salverà.

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL 21 Gennaio  2009

Dare ragione alla Ragione

La compostezza di un padre, quello di Eluana Englaro,
contro l’irrispettosa e proterva tracotanza di troppi integralisti.

Il rispetto verso la legge di un padre, quello di Eluana Englaro,
contro la violenza esercitata dal diKtat di un ministro
che si crede al di sopra della legge.

17 rose rosse a testimoniare gli anni di torture sopportate da un corpo
che l’associazione Luca Coscioni ha portato vicino al letto di ciò che resta di una vita;
per una questione di libertà, perché c’è chi crede di poterla calpestare
in nome di una verità che è solo la loro ma che si pretende sia di tutti, di tutte.

Ancora una volta una donna si fa carico del dolore del padre e della volontà espressa dalla figlia:
Mercedes Bresso ridà valore e senso alla legge e con sobrietà prova a por fine a questa angoscia
che dura ormai da troppo tempo.

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL   23 dicembre 2008

OMOFOBIA E DINTORNI  2

Sono  affondi che lasciano il segno: 
fendenti e sciabolate senza carità!

Questo santo padre  ha avuto parole di trista intolleranza
per tutto ciò che è diverso,
forse sull’onda del clamore che si è diffuso nei media
per la vittoria di Wladimir Luxuria,
grazie soprattutto alla sua integrità di persona vera
e alla capacità di esprimerla in maniera intelligente.

Ma noi diciamo, con un vecchio adagio trasformato all’oggi,
“Chi è senza pietra , scagli il primo peccato!”

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL   6 novembre  2008

Solidarietà  per Asha Momeni

E’ Iraniana.
Studia e risiede negli Stati Uniti.
E’ tornata in Iran per sostenere la campagna “ un milione di firme”e per chiedere l’abolizione delle leggi ispirate al diritto islamico che limitano i diritti delle donne rispetto agli uomini
Per questo suo impegno è stata incarcerata perché donna e perché femminista.

Indignarci non basta più ma è quanto i nostri mezzi ci permettono.

Un comunicato stampa che speriamo non finisca ancora una volta nei cestini delle redazioni dei nostri giornali.

Cara Asha, siamo con te e con tutte le donne iraniane che, coraggiosamente, lottano contro il moloc dell’integralismo e la nostra voce, anche se oscurata, siamo certe che riuscirà a raggiungervi.

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL  9 ottobre  2008

Ricordando  Anna Politkovskaja

Noi ti vogliamo ricordare sorridente e  forte mentre combattevi
e raccontavi  le  tante ingiustizie del tuo Paese .

Quando le dittature uccidono chi ha il coraggio di dire la verità,
significa che è venuta l’ora di ribellarsi, di dire ad alta voce:   
“non è sopprimendo chi  rivela  ciò che fate che vincerete,  perché la violenza , la sopraffazione, l’oppressione  sono le cattive consigliere di  ogni dittatore”.

Le avete tolto la parola solo apparentemente:  ora lei parla persino con voce più alta. 

Anna Politowskaja vive con noi, e noi raccogliamo da lei il testimone; parleremo con lei, per lei , finchè sarà necessario

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti 


COMUNICATO DEL 3 ottobre  2008

ENNESIMI “CASI”

Ennesimo caso di razzismo….
Spreco di indignazione e tolleranza zero
quando sarebbero necessarie accoglienza, fratellanza e sorellanza…
Ennesimo caso di razzismo…
e tutti  “benpensanti e malpensanti”  si indignano,
quando sono proprio loro a sollecitarlo, esaltarlo, curarlo
solleticando antichi istinti, giocando sul macabro consenso,
vellicando paure e disordini.
Loro, che rovesciano il loro mal-essere sul diverso, 
promettendo pulizie e sicurezze che spesso sfociano in massacri.

Smettetela di indignarvi e riflettette
sul fatto che non ci sono “diversi” da noi, ma simili
sballottati in un mondo che diventa ogni giorno
più  miserabile,  e egoista, come lo spettro dell’intolleranza .

Si, anche noi, stiamo diventando “Paese Razzista”.
Da sempre “Paese sessista”   ora sommiamo due orrori.
Il maschismo sta improntando di se ogni azione,
siano le guerre guerreggiate che le paci fasulle.
Il maschismo
Quello che va ad angariare le prostituite nelle strade ,
e “corteggiare” le prostitute di appartamento.
Quello  che lascia irrisolta la domanda:
chi sono i 9 milioni di clienti che alimentano l’offerta? 

Si, c’è un ennesimo caso da affrontare
Magari con una presa di coscienza collettiva.
 

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti 


COMUNICATO DEL 11 - settembre - 2008

L’ARTISTA, LA PAROLA, LA LIBERTÀ

Cara Sabina,
sei in buona compagnia dato che nel mandare all’inferno i Papi
hai un precursore di nome Dante.

Nessuno stupore: stiamo navigando nelle brume di tristi ritorni ai medioevi più bui,
dove imperversano antichi e nuovi sessismi, antichi e nuovi razzismi,
mentre impazzano veline e calciatori, vendite di corpi e di anime,
di missitalie e nuovi gagliardetti.

Nessuno stupore quindi,
ma la ferma certezza che essere donne non omologate,
ci salverà anche dai “pitbull col rossetto”,
se sapremo ritrovarci e riparlarci,
fuori dagli schemi in cui tentano e ritentano di imprigionarci.

Noi da sempre lottiamo per la liberazione.

Un saluto con sorellanza.

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL 24 luglio 2008

OMOFOBIA E DINTORNI

Coraggiosi, straordinari, “eroi”, magari in branco!
Siamo letteralmente “conquistate” dalla loro schietta “audacia”, dall’intelligenza della loro azione, così “Netta, Pulita, Lodevole”. 
Due calci e uno schiaffo a quella donna che “osava” da lesbica camminare “sicura” in una via di Roma.
Ci sono dei limiti alla sopportazione !!! e quel “maschio” – questa volta non era in branco – dopo averla insultata, ha agito.
Tempi della tolleranza nei confronti della diversità, quando qualcuno che “vale di più” ti riconosce il diritto -  bontà sua ;  tempo non per popolo che si dice, che è, che esiste, per sé e per il mondo tutto.
E’ l’ennesimo episodio di violenta omofobia.
Bella parola, signori che ci “securizzate”; Mettetela sui vostri gagliardetti
E come si faceva una volta, scrivetela sui muri.

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL  18 luglio 2008

La pietà muore sul sagrato

E pensare che si chiamano Misericordine, suore della misericordia,  che è “ pietà e compassione efficace”; è , come dice sant’Agostino, “un compatire del cuor nostro all’altrui miseria”.

E’ invece un infierire senza limiti, con i sagrati riempiti di bottiglie d’acqua e di sciacalli mediatici. Bottiglie d’acqua che  avremmo voluto vedere,  e molte,  dedicate anche a quella umanità morente di sete aggrappata disperatamente alle isole-tonnare e ai milioni di bambini, e di donne,  che quotidianamente, oltre che di sete, muoiono per fame. Un infierire sui morenti e sui viventi,  esposto alle ideologie più miserabili, perché è miseria morale non avere “compassione”  per il dolore altrui ma imperio presuntuoso di possesso di verità inconfutabili.

Eluana Englaro ha bisogno di “pietas” dopo 16 anni di vita non vita, ha  TUTTO IL DIRITTO che venga rispettata la sua volontà di rifiutare un’alimentazione forzata, tutto IL DIRITTO.
E che venga rispettata l’angoscia di un padre che l’ha seguita minuto per minuto, secondo per secondo, morendo anche lui di dolore.

Azioni crudeli come i roghi delle streghe.    

Presidenza AFFI
Edda Billi -  Irene Giacobbe -  M.Gabriella Guidetti


COMUNICATO DEL 18 giugno 2008

Strisciante colpo di stato. Un colpo di stato strisciante, mascherato da dibattito parlamentare che ha perso ogni connotato di credibilità.

Dittatura democratica, conflitto di interessi personalizzati, afasia dell’opposizione - davvero in “ombra”.
Missive personali del sig. Berlusconi al sig. Schifani  lette ad alta voce nell’aula del Senato davanti ai “dipendenti-alleatiselezionati accuratamente e “nominati” deputati e senatori e che, senza vergogna, offendendo il comune senso del pudore, dichiarano con assoluta tracotanza di ricusare quella magistratura che ha “osato” processare il nuovo duce italiano.

“Sicurezza” dell’impunità per se e i suoi amici malfattori; bavaglio “per maggior sicurezza”alla stampa, nessuna “sicurezza” e sospensione di giustizia per gli “altri”. Di cos’altro c’è bisogno per parlare di golpe?
Per chiedersi in che paese siamo? cosa sia accaduto alla ragione e all’intelligenza?

Fermiamo, fermate,  questa Italia!
Vogliamo scendere!

Presidenza AFFI
Edda Billi – Irene Giacobbe – Gabriella Guidetti 


COMUNICATO DEL 7 giugno 2008  

GAY PRIDE  e  Corteo di protesta civile con i ROM contro il razzismo.

Oggi, 7 giugno, a partire dalle ore 16,00 a Roma si terrà il GAY PRIDE
Come certamente sapete l’AFFI ha dato la propria adesione e parteciperà alla manifestazione ed al corteo da piazza della Repubblica.
Per la prima volta  a Roma, governata dalla Destra, il corteo non si concluderà a piazza S. Giovanni, bensì a Piazza Navona. Per la prima volta, il ministro di destra per le pari opportunità Mara Carfagna, responsabile dell’Ufficio Nazionale contro tutte e discriminazioni, di sesso, di razza , di religione e contro le discriminazioni multiple, ha scelto di non dare il patrocinio a questa manifestazione.
Noi ci saremo!

Domani, domenica 8 giugno a Roma  si terra si terrà una manifestazione promossa da intellettuali italiani e Rom, associazioni, artisti e persone di buona volontà alla quale l’Affi ha aderito insieme a tutte le associazioni e persone che hanno sottoscritto il documento “Il Sonno della ragione genera mostri”
(link: www.associazionethemromano.it/newsletter.htm)

Dalle 15 alle 16  ritrovo dei partecipanti al COLOSSEO (Piazza del Colosseo, dal lato dei   Fori Imperiali) ci si arriva in pulman, in auto e con la metro B)
Dalle 16 alle 17 corteo dal Colosseo fino al Foro Boario
Dalle 17 alle 20Foro Boario, Villaggio Globale libera discussione, proposte:  
•  Creazione di una rete informatica, contro l'inquinamento e la mistificazione delle informazioni
•  Creazione di una Consulta romanì costituita dalle associazioni storiche e le organizzazioni rom
•  Varie ed eventuali
Dalle ore 20 Festival Interculturale Antirazzista:
Alexian Group (Italia) - Musicisti Rom del Kossovo -Taraf de Bucarest (Romania) - Chaja Chelen (Bosnia Erzegovina) -Lucio Pozone (chitarra flamenca) -Alessandro Cavallucci (chitarra flamenca) -Jamal Quassini –Nuove Tribù Zulu -Nico Arcieri (pianista) .

Presidenza AFFI
Edda Billi – Irene Giacobbe – Gabriella Guidetti 


COMUNICATO DEL 28 maggio 2008

Prima  che  venga  la notte 

Da qualche  tempo  a Roma  si respira una strana aria di “sicurezza” 
Se sei donna e rom, e vivi  in un accampamento ai  margini della città  “sei sicura” che prima  o poi qualcuno verrà  a incendiare  il tuo campo  o la tua roulotte;
Se sei omosessuale  e le tue scelte  personali  non si combinano con la visione ortodossa di famiglia, “sei sicuro” che prima o poi qualcuno ti aspetterà per strada;
Se sei studente  e ritieni che  in democrazia  la cattedra  universitaria non  si offre né a religiosi  né  a violenti,  puoi “essere sicuro”  che prima  o poi  la violenza si  materializzerà   all’Università.
Ormai  a  Roma  si respira  un’aria  di  crisantemi   morti.
Che è il tipico  odore  del razzismo,  del sessismo,  del nazifascismo.
E non solo a Roma.
Quando si respira un’aria da caccia ai “diversi”,
Quando si solleticano  i più bassi istinti  nel nome di una presunta “ sicurezza”,
Quando sulle strade  e nelle  piazze  ritornano  - non quattro  imbecilli-
ma  mazze  chiodate  e villosi petti  ariani  rigorosamente  brutali ;
Quando  il  sonno della  ragione,  chiude  gli occhi  di troppi,
c’è  da  chiedersi  come  sia  possibile   che tutto  questo  si ripeta,
dopo i lager e i forni crematori, dai cui camini sono passati
rom e ebrei, omosessuali e zingari.
Così iniziò anche allora,  e anche allora nell’aria c’era odore di crisantemi morti.

Presidenza AFFI
Edda Billi – Irene Giacobbe – Gabriella Guidetti 


NORMALI COME TRE BELVE

Cultraro Lorena anni 14 sorride dalla foto.
E’ una bambina con gli occhi scuri e i capelli lunghi neri. E’ una bambina con l’esperienza di una bambina che gioca a fare la donna, la “grande”. Tre belve di quindici, sedici e diciassette anni, motorino e telefonino in pugno la stanno aspettando per stuprarla un’ultima volta, ucciderla, bruciare le sue cose, nascondere il cadavere, rientrate tranquillamente nella “tana” di famiglia. Mancano le foto delle belve, manca la foto del branco, manca la visione dell’orrore: soltanto Lorena, immota, sorride . Per quindici giorni hanno guardato le foto della vittima sorridere anche a loro dai muri cittadini. Sono andati a scuola, in giro per il paese,  a baciare e carezzare altre bambine in attesa della prossima preda. Niscemi: che scuola frequentano, che TV guardano, che films si vedono a Niscemi? Di che parlano gli “uomini” a Niscemi? Quali modelli hanno a disposizione i tre giovani assassini?
Quando l’orrore si fa carne di donna martoriata e non ci sono parole per dire tutta la terribilità del fatto perché l’evento supera ogni fanrasia si avrebbe voglia di non esser nate. Saperli poi “nati di donna” ci si chiede come  sia possibile che dalle viscere della terra non si levi un urlo verso il cielo nero. Sappiamo da sempre che il sessismo ha forme ignobili, che da sempre noi femministe denunciamo, ma quando accade in maniera tanto “naturalmente” assassina, lo sgomento pietrifica anche la voce.

Presidenza AFFI
Edda Billi – Irene Giacobbe – Gabriella Guidetti 


COMUNICATO DEL 13 MAGGIO 2008 sulla legge 194

L'ultima presa di posizione in ordine di tempo da parte di Benedetto XVI contro la 194  è sostenuta e condivisa delle gerarchie ecclesiastiche, alle quali si accodano laici devoti e ipocriti di varia natura e d'ogni colore.
Dice che  la 194  ha aperto ferite e svilito il valore della vita e anche se la gravidanza è a rischio l’aborto va “evitato”.
Basta !!
sul dolore delle donne dovete smetterla di infierire! 
C'è bisogno di ripeterlo ancora: l'autodeterminazione delle donne è conquista di civiltà cui non intendiamo  rinunciare.
Ne va della nostra libertà!
Lo ricordiamo a tutti e a tutte poiché c'è costata duri anni di lotte: contro l'oscurantismo, il maschismo; il clericalfascismo.
Lo ripetiamo ai sordi che non vogliono sentire  e a coloro che sono in malafede.
Ciò che è peccato non è "reato".
La repubblica Italiana è laica e aconfessionale.
Le donne si autodeterminano.

Presidenza AFFI
Edda Billi – Irene Giacobbe – Gabriella Guidetti 


La Casa internazionale pretende verità
Quando il dito indica la luna gli ipocriti guardano il dito

La Casa internazionale delle donne si rallegra per il successo della grande manifestazione del 24 novembre, nella quale 150.000 donne hanno denunciato i livelli intollerabili della violenza maschile contro le donne: una violenza che non conosce confini tra i paesi e le culture, e che  soprattutto in famiglia si compie in modi efferati. Nella lunga preparazione della manifestazione, numerose assemblee nazionali avevano costruito un percorso di grande affermazione di autonomia delle donne, della loro autodeterminazione e della radicalità delle loro posizioni,  in difesa della libertà femminile e contrarie ad ogni strumentalizzazione. La manifestazione intendeva denunciare il disconoscimento della realtà, compiuto nelle politiche securitarie: la violenza alle donne non c’entra nulla con il “pacchetto sicurezza” ma richiede piuttosto un decisivo salto di qualità culturale e antropologico, e un impegno politico in questo senso. 
In particolare, si era perciò deciso di non avere palchi a conclusione del corteo, per evitare lo spettacolo dei soliti “cappelli” partitici.  A piazza Navona, invece, le 150.000 donne hanno trovato ad accoglierle un “fuori programma”, un palco televisivo,  con donne parlamentari e ministre che in quella sede rappresentavano le istituzioni di governo e di opposizione. Aderire ad una manifestazione significa condividerne i contenuti, le pratiche, le finalità: sarebbe stato opportuno, per le politiche di professione, prendere sul serio le discriminanti poste dalle donne, ed evitare quindi ogni protagonismo mediatico.
Non dunque di intolleranza, si tratta, né tanto meno di violenza verbale:  troppi organi di dis-informazione descrivono così la vivace reazione delle organizzatrici, secondo   vecchi metodi maschili, ma perdono l’occasione di esplicitare il senso e la novità di una grande affermazione di autonomia politica  delle donne.  



Lesbica, femminista e non inquadrata. Grazie Edda!

Saranno state le 8.35 di un’afosa giornata di fine agosto, la sigletta rassicurante di 1Mattina che da decenni accompagna il lento (o forse mai avvenuto) risveglio degli italiani, annuncia che si torna serenamente in studio dopo la devastante e lunghissima sequenza di tragedie dall’Italia e dal mondo che il TG1 ha appena finito di sciorinare con elegante disinvoltura. Devastante e tragico anche il Meteo che ci rivela che difficilmente le temperature scenderanno sotto i 40 gradi prima di 3 o 4 giorni. >segue



Approvazione DICO

Apprezziamo che il governo abbia finalmente approvato il disegno di legge sulle convivenze poiché da un punto di vista simbolico restituisce un minimo di dignità alle persone omosessuali ma lo riteniamo insufficiente perché rimane altissima e ingiustificata la discriminazione nei loro confronti. Sappiamo che questo risultato è merito principalmente della tenacia e dell’intelligenza della Ministra Pollastrini che ha saputo tenere alto il suo impegno di laicità e di coerenza politica nonostante la violenza delle indebite ingerenze.
Per questo la ringraziamo.


Per Adele Faccio

Cara antica compagna di tante lotte, quelle degli anni settanta quando combattere contro la piaga dell’aborto clandestino significava andare anche in galera. E tu ci sei andata. Donna piena di passione politica, di grandi intuizioni, di grande coraggio. Nipote di quella proto femminista che fu Sibilla Aleramo, ne prendesti la staffetta ideale e corresti attraverso tutti i territori, superando ostacoli e difficoltà. Allora come oggi, purtroppo, contro una gerarchia vaticana ottusa e crudele, contro gli integralismi, i sessismi, contro una società culturalmente medievale credendo nella possibilità di un futuro migliore per tutte. Ti dobbiamo essere grate se qualche cambiamento c’è stato, in primo luogo quello che essere donna in un mondo connotato al maschile comincia a voler dire che i sessi sono due e che c’è speranza anche per i milioni di donne oppresse che ancora abitano la terra.

Grazie Adele.

Edda Billi per l’AFFI della
Casa Internazionale delle Donne



Catania. La notte delle iene e la processione di Sant’Agata

Pippo Baudo ha protestato perche’ il Vescovo di Catania non ha sospeso la processione di sant’Agata (5 febbraio) in segno di lutto per l’assassinio dell’ispettore Francesco Raciti. Baudo ha pure “rimproverato” al Papa di non aver condannato la violenza negli stadi e i fatti di Catania, domenica scorsa, all’Angelus di mezzogiorno, mentre condannava l’aborto e l’eutanasia in difesa e a tutela della vita umana.

contro le radici del sessismo leggi l'articolo di Nella Condorelli per Articolo 21


L'assassino non bussa: ha le chiavi di casa.

La famiglia, cellula costitutiva della cultura patriarcale, è la sede indiscussa della violenza degli uomini contro le donne, violenza che accomuna latitudini, etnie, religioni e classi sociali.
Denunciamo che questa violenza non è un allarmante fenomeno sociale degli ultimi tempi ma una realtà costruita in millenni di storia, che affonda le radici ovunque.
Riusciremo ad estirparle e a sconfessare il terrorismo familiare, nonostante abbia complici innumerevoli: la strategia vaticana che riporta le donne sottomesse in casa, la deriva delle destre che protegge e rinforza i ruoli tradizionalisti che vogliono la donna come subalterna, il silenzio troppo spesso complice della nostra società, che nei fatti legittima la famiglia come luogo delle relazioni fondamentali e la pone al centro delle politiche sociali, il razzismo sempre meno strisciante e sempre più esplicito, che cerca di convogliare il biasimo sociale sugli stranieri.
E nessuno si senta escluso.

Cercare di restare neutrali su un evento di violenza equivale a tollerarla e a legittimarla. Non c'è mai nessuna giustificazione alla violenza degli uomini contro le donne.

Le donne unite dicono basta all¹occultamento ideologico legittimato da istituzioni, religioni e mezzi di informazione, senza eccezioni. Usciamo dalle case e scendiamo in piazza per diffondere i dati della drammatica realtà quotidiana delle donne, i dati dei Centri antiviolenza di Roma, quelli dei consultori, dalle molestie al femminicidio. 1.600 donne l'anno si rivolgono ai Centri antiviolenza di Roma, di cui l'89% subisce violenza in famiglia. Le donne uccise in Italia per mano di partner ed ex-partner nel 2004 sono state 120.

La violenza sessuata contro il genere femminile è estremamente diffusa anche fra gli occidentali delle classi alte, tra i bianchi e tra i cristiani. Per le altri parti del mondo con le lapidazioni, le mutilazioni genitali, le impiccagioni di donne "colpevoli" solo di essere tali, non aggiungiamo parole.
La violenza patriarcale non riconosce l¹altro da sé ed ha come obiettivo la cancellazione della sessualità femminile. Perciò il patriarca tende allo spengimento di ogni traccia di vita, ogni desiderio, anche il desiderio di reagire.
Ma noi non ci sottomettiamo a questa logica. Non offenderete oltre la nostra libertà. Esigiamo la cultura del rispetto sociale della libertà femminile anche per il lesbismo così duramente colpito dallo stupro, dalla violenza e dall'intolleranza fascista. Le donne che scelgono altre donne come relazioni primarie sono oggetto di scherno e di odio, come tutte le donne che scelgono di vivere in modo autonomo. Chiediamo con forza che la violenza domestica rimanga fuori dall'amnistia, che si legiferi sui maltrattamenti e le persecuzioni dei partner ed ex-partner, purtroppo fino ad oggi impuniti. Chiediamo inoltre un piano integrato per un contrasto alla violenza alle donne forte e determinato. La nostra è lotta per la vita, la libertà, la felicità.
Non ci fermerete.

Il movimento delle donne di Roma riunito in assemblea il 20 Novembre 2006, presso la Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara 19, Roma.



Noi non ci accodiamo!

Vogliamo attraversare la manifestazione del 4 novembre sulla precarietà praticando forme di resistenza all'invadenza delle nuove forme di lavoro.

Nel pretendere un reddito garantito che consenta di liberarci dalle maglie della famiglia, dai ricatti del lavoro, dalla violenza della precarietà quotidiana, agitiamo la nostra coda colorata, pelosa, sinuosa per spazzare via la noia dei tentativi di addomesticarci.

Sventoliamo le nostre code in faccia a chi ci vuole negare il reddito che ci spetta.

Le code sono il simbolo della nostra capacità di trasformare il ricatto e la violenza nella consapevolezza che non saremo mai vostre. Sono la nostra via di fuga dall'alienazione.

Aliene come vogliamo noi. Sventoliamo insieme le nostre code!

Questa pratica è riproducibile ovunque da chiunque. Ma se volete riprodurvi (o ac-codarvi) con a/matrix scrivete ad amatrix@inventati.org se volete un'anteprima delle nostre code guardate su http://italy.indymedia.org/news/2006/11/1175572.php


Culture, convivenze, sessualità: un forum alla Casa delle donne  di Roma
di Francesca Koch

Con il forum di riflessione di sabato scorso, le donne e i gruppi  femministi  della Casa Internazionale hanno voluto, in primo luogo, segnalare l’insofferenza rispetto a un dibattito pubblico che si trascina tra la ripetizione dei peggiori stereotipi dell’immaginario sulle donne e la costruzione di un’idea del nemico (l’altro, lo straniero, fuori di casa) che serve solo alla rimozione delle problematiche reali della convivenza tra uomini e donne, migranti e nativi.   
Ma, soprattutto, si voleva affermare una visione più ampia delle relazioni tra i sessi, la necessità di riconoscerne la valenza politica, l’urgenza di ripensare la sessualità e la violenza a partire dalle esperienze dei soggetti e dal sapere costruito dalle donne, nelle loro strategie di analisi e di cambiamento. La Casa delle donne si è posta  dunque come spazio politico in cui mettere a fuoco una visione comune, grazie al confronto tra esperienze diverse e alla valorizzazione delle differenze.  Per questo, l’organizzazione della giornata intrecciava volutamente il piano delle analisi e delle pratiche, le esperienze italiane con i modelli di altri paesi ( a cominciare dalla Spagna)  e con le politiche europee  (a proposito, a che punto siamo con la campagna europea contro la violenza sessuale dopo la tappa di Trieste?)  
Dai racconti delle donne impegnate da anni nei centri antiviolenza, delle mediatrici culturali, delle magistrate, delle operatrici nella sanità pubblica emerge un dato già noto, e cioè che per il 90 % è in casa che le donne sono aggredite e seviziate, e che la violenza domestica deve essere riconosciuta come un dato strutturale in Italia e in Europa. E’ così anche per le migranti (Nabila Kouachi, Trama di Terre, Imola), ma esse fanno più fatica a denunciare la violenza perché dipendono economicamente da chi le sevizia e perché non hanno sufficienti reti di sostegno e risorse linguistiche. Andrea Diez, giovane ricercatrice argentina, racconta come, nel suo paese,  le donne indigene subiscano una violenza che è grave il doppio, perché non abbastanza presa in carico dalla società; nel Maghreb (Monica Mancini, Imed) la rete delle donne che si è attivata sul territorio per costruire luoghi di rifugio e case delle donne  si trova a sfidare la solitudine e il silenzio sociale.
In Italia, i centri antiviolenza non sono soltanto attivi per l’accoglienza e l’assistenza, come vorrebbe una immagine diffusa ma riduttiva: rappresentano invece dei luoghi di progettualità e di protagonismo femminile,  di  saperi e di speranze (Maria Grazia Passuello, Solidea); è necessario ripensare e valorizzare il lungo lavoro di prevenzione e di  formazione ( dagli operatori sociali ai vigili, ai medici di base, ai bambini nelle scuole) per una educazione al rispetto di se stessi e degli altri e  per avviare efficaci azioni di contrasto. Forte della lunga esperienza di questi anni, la rete dei centri antiviolenza ha chiesto alla ministra Pollastrini di attivarsi per un piano nazionale antiviolenza con interventi integrati in una visione sistemica globale ( Emanuela Moroli, Differenza Donna).  La relazione tra le donne e il lavoro sul territorio fa dei centri antiviolenza dei laboratori sociali dove si produce sapere ed esperienza, e dove grazie alla sinergia tra le donne del movimento femminista e le donne nelle istituzioni si è costruita negli anni una cultura  nuova. Infatti, solo se si rafforza  una cultura diversa si potrà aspirare ad un cambiamento nelle relazioni tra i sessi, poiché è il contesto socio culturale che, tollerandole, permette alle perversioni di svilupparsi, ed è la percezione sociale che definisce in ogni momento storico la violenza e la reazione delle vittime,  la possibilità di denunciare e di  sconfiggere la solitudine in cui si trovano ancora molte donne.  

A questa trasformazione necessaria alludono molte esperienze: il collettivo teatrale che lavora nei luoghi del disagio, per trasformare la violenza e l’umiliazione subita  in una potenzialità di maggiore conoscenza delle proprie risorse, e che agli adolescenti propone un lavoro proprio  sull’Otello (Benedetta Montini); le molte iniziative del centro Lisa-Donne in genere per la prevenzione e la formazione con gli enti locali ( Gianna Urizio, Rita Corneli); il laboratorio interculturale La Lucerna ( Maria Teresa Tavassi)  dove le donne lavorano e raccolgono le loro storie, trovando così una nuova dignità e fierezza di sé;  la riflessione dell’associazione Maschile-plurale, da tempo impegnata per una assunzione di responsabilità maschile, perché siano gli uomini a farsi carico del discorso sulla violenza contro le donne e ad aprire il conflitto all’interno del loro sesso ( Stefano Ciccone).
Molti sono gli aspetti inaccettabili e pericolosi del discorso pubblico sulla violenza  sessuale: lo slittamento frequente dalle convivenze difficili per la diversità culturale ad un comunitarismo di tipo religioso (Giovanna Romualdi); tutti i fondamentalismi religiosi sono violenti, ricorda  Marguerite Lotin nata in Camerun ma “cittadina del mondo”,  che chiede un maggior dialogo per sostenere  le donne immigrate; l’incompiutezza del processo della giustizia e del risarcimento, la solitudine di molte donne nelle aule dei tribunali, cui spesso le sentenze offrono una giustizia solo nominale (Paola di Nicola); le politiche europee  che, come la Banca Mondiale, colgono  della  violenza contro le donne gli aspetti negativi per l’economia, ma non il  vulnus gravissimo ai diritti umani delle donne ( Maria Grazia Rossilli);  lo stereotipo ancora forte sulla  famiglia, tuttora vista come luogo della protezione e della tutela e, in genere, la tendenza ad una rappresentazione complessiva della donna in chiave di disvalore, che nega di fatto  la costruzione di  un modo diverso di vedere i problemi ( Marina Pivetta)  
 Nel confronto con l’attualità politica - le scadenze della giornata europea contro la violenza sessuale, la necessità di mantenere alta la mobilitazione, con una parola pubblica collettiva e una maggiore   presenza  anche nelle piazze, con temi definiti e precisi -  e soprattutto nel giudizio sul  disegno di legge abbozzato dalla ministra delle PO a tutela delle vittime di violenze sessuali, la discussione si fa serrata. C’è  chi guarda con favore a questo progetto (Ivana Bartoletti, ass.Anna Lindh) riconoscendone gli aspetti di sistema e le novità nell’ampliamento dei reati perseguibili (ad esempio il reato di molestie e minacce persecutorie), o nel riconoscimento del legame tra la violenza e la  disparità di presenza delle donne nei luoghi pubblici;  ma in molte prevale piuttosto la preoccupazione per la deriva securitaria sottintesa al disegno di legge, la cui  impostazione fa riferimento a una visione delle donne come oggetto di tutela e non soggetti di autodeterminazione; una legge che si vorrebbe far passare in nome delle donne, ma che non tiene conto della loro soggettività autonoma. Il disegno di legge, infatti  non si distanzia dallo  schema del controllo della sessualità e del corpo femminile; l’enfasi sull’aspetto giuridico e penale sposta il fuoco dell’ intervento sull’esterno (“il problema è sempre dell’altro”), e si perde l’occasione di analizzare il tema della sessualità e delle identità maschile e femminile nei risvolti culturali e politici, il conflitto tra i sessi agito nella quotidianità (Angela Azzaro).  Un piano d’azione su questi temi non può che nascere dal confronto leale con i saperi e le pratiche  femminili e con le strategie di trasformazione che ne derivano; alla base ci deve essere, insomma, un riconoscimento della autorevolezza politica dei soggetti femminili e femministi, che devono essere  interlocutori privilegiati per questo progetto legislativo;  il rischio, insomma, è che questo governo, per assecondare le ipotesi di  alleanza trasversale, dia spazio alle posizioni conservatrici, ma che perda  così l’occasione di dare  un segno forte di discontinuità culturale e politica, a partire dal riconoscimento della centralità delle donne nella politica (Bianca Pomeranzi).
( Francesca Koch)



RIFLESSIONE SULLA VIOLENZA ALLE DONNE

UNA GIORNATA DI STUDIO PRESSO LA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
Roma, 28 ottobre 2006-10-30

La mia breve riflessione parte dall’esperienza di circa 5 anni di impegno de “La Lucerna. Laboratorio Interculturale” con persone immigrate, per lo più donne; da oltre 10 anni di lavoro in Caritas Italiana nel Coordinamento nazionale per la lotta contro la tratta di esseri umani per sfruttamento sessuale (1995-2006), di cui tre anni (1997-2000) anche nella Commissione Nazionale Parità.
Quindi, una visuale particolare, quella della tratta e non quella della violenza alle donne, specie in famiglia.
Le donne che in questi cinque anni hanno frequentato La Lucerna per le attività artigianali (laboratori di cucito, macramé, cartonnage, legatoria) o i momenti culturali (seminari, incontri, Mostre sull’Africa, raccolta di fiabe, di racconti relativi a mestieri, sul pane…) sono donne diverse: alcune, specie nei primi anni, vittime di tratta; altre madri nubili, donne isolate rispetto alla realtà italiana, donne che hanno subito violenza, profughe o richiedenti asilo, persone con qualche disturbo psichico a causa di sofferenze vissute, torture, guerre, rapimenti, o altro.  Per tutte loro è stato importante trovare un ambiente sereno, in cui ricostruire rapporti e relazioni, riacquistare fiducia in sé e negli altri. Il lavoro manuale facilita, infatti, la relazione e il vivere un clima sereno e collaborativi con persone di diverse etnie, Paesi, religioni. Inoltre, le donne, imparando un mestiere, riescono a trovare un lavoro, seppure marginale al tempo dedicato alla famiglia, e riescono a guadagnare qualcosa facendo, per esempio, piccoli lavoretti di cucito per i vicini, i parenti e gli amici.
Mi soffermo in particolare sul tema della tratta, nel quale ho lavorato più a lungo.
Le donne vittime di tratta sono state donne Nigeriane in un primo tempo, ma poi dell’Europa dell’Est e di altri Paesi dell’Africa, persone straniere portate con l’inganno in Italia, per lo più da connazionali e poi, private di identità, attraverso la confisca e la distruzione dei documenti di identità, senza permesso di soggiorno e quindi vulnerabili, costrette sulle strade all’esercizio della prostituzione con diversi clienti ogni sera, per riuscire a pagare il debito contratto per il viaggio e la “sistemazione” alloggiativa e lavorativa (60/70 milioni di lire, poi 40.000 euro). La loro vita sulla strada è difficile e dura perché sono donne soggette a ogni tipo di sfruttamento e di violenza sessuale, da parte di sfruttatori, ma anche di clienti, che richiedono prestazioni diverse. Alcune donne scompaiono nel nulla e non se ne sa più niente. E’ un fenomeno che frutta molto denaro, e fa rischiare poco, rispetto al commercio di droga e di armi. Le donne possono essere costrette a dichiararsi figlie, sorelle, cugine, se vengono fermate; e quando parlano possono anche rischiare la vita o ritorsioni sulle famiglie, nel proprio Paese. Oggi si vedono meno donne sulle strade o, almeno al fenomeno dello sfruttamento su strada si è aggiunto quello in luoghi chiusi: night club, ristoranti, locali notturni, alberghi, camere di affitto. E questo rende ancora più difficile l’incontro di operatori/trici con le donne, perché è più facile al chiuso evitare controlli o approcci. Soltanto i clienti, a volte, si impietosiscono di fronte alla situazione che vengono a conoscere e le  aiutano per l’avvio di un cammino di liberazione.
Una riflessione vorrei fare a partire dai clienti. Questi ultimi sono persone italiane, di ogni età e di ogni estrazione sociale, sposati e non, studenti, operai, impiegati e pensionati… Sono le cosiddette persone “della porta accanto”, uomini che sembrano condurre una vita normale e poi vivono con queste donne “pause” di sadismo e richieste ambigue. Se i clienti sono persone “normali”sono forse gli stessi che in famiglia rendono la vita difficile alle donne? Inoltre, come mai  tanti uomini si comportano in modo tanto aggressivo nei confronti delle donne?
Questo mi porta a dire che il problema di maggiore evidenza è quello culturale. E su questo bisognerebbe intensificare l’impegno. Una cultura della dignità della persone, di ogni persona, del rispetto reciproco…. Un lavoro da fare a tanti livelli. A partire dalla Scuola, dai gruppi giovanili, e questo non per puntare al domani, senza impegnarsi sull’oggi, ma per cominciare a mettere basi per una cultura diversa, già dall’infanzia, dai giochi…; e poi dai mezzi di comunicazione sociale, che spesso scadono nel volgare e nell’offesa della dignità femminile. Un impegno che riguardi uomini e donne, perché anche le donne non accettino  di diventare  “oggetto” di pubblicità offensiva e poco dignitosa. Seminari, manifestazioni anche, ma prevalentemente un lavoro continuativo, sistematico, sulla stampa quotidiana, attraverso la televisione, incontri formativi…
”Ma penso che sia necessario anche intervenire contro un clima eccessivamente permissivo che si è instaurato e che sembra giustificare la violenza del linguaggio, delle immagini,che vengono veicolate attraverso stampa, cinema e televisione” (L. O.).
“Trovo che  sarebbe molto interessante inoltre approfondire come “rivolgersi” ai clienti nel modo coinvolgente e responsabilizzante , prima che punitivo  e colpevolizzante ,come si fa di solito. Come penso che sarebbe molto interessante  davvero  approfondire il tema  : gli uomini italiani visti  da queste donne” (P. O.)

Maria Teresa Tavassi, con qualche nota aggiuntiva di socie de La Lucerna
La Lucerna. Laboratorio Interculturale



Care amiche vi scrivo…

prima che si dispieghino i saperi colti-coltissimi
dei fratelli in arme.
Con noi contro il sessismo,
con noi per un mondo d’intelligente proficuo conflitto.
Quando anche la politica si sacralizza
e devi scegliere fra l’ateista devota e la credente laica
noi donne,
chiuse dal telo che ci divide dalla stanza degli uomini,
scoperto che la nostra identità è il nostro corpo,
decidiamo di gestirci con l’utero
anche i nostri ombelichi e i nostri capelli.
Perché siamo impunite;
non ci è sufficiente la vulgata che iscrive la libertà femminile
anche nella scelta di coprirsi essendo invece questo simbolo certo di sottomissione.
Incontrovertibile.
E chi dice il contrario sa di mentire.
Il dominio delle leggi patriarcali
attraversa i secoli come un fiume in piena;
non bastano gli argini di poche donne coscienti
per non farlo straripare.
E’ il corpo della donna, la sua sessualità che occupa e preoccupa le menti e le leggi.
Se mi impongo come sesso egemone
hai solo da obbedire e se non lo fai sei fuori dal consesso.
Caldo e appiccicoso ma confortevole.
Fuori, fuori dove si respira aria pulita, fuori dai miasmi di religioni
e sacri paludamenti sempre indossati da chi ha i
pendentes e li impone.
Con inimicizia; con impudica arroganza.
Ma se, come mi auguro, verranno i giorni dell’ira, da non violente quali siamo
decideremo di non mettervi più al mondo.

Edda Billi  25 Ottobre 2006




Come donna sono furente, come cittadina Italiana ed Europea sono furente, come persona che si è sempre ritenuta orientata politicamente a sinistra sono furente e profondamente delusa.
La sopraffazione e l’odio per le donne, la strumentalizzazione nei confronti del genere femminile sono trasversali a tutto il genere maschile e non hanno né bandiera, né credo religioso, né colore politico, né età, né condizione sociale, culturale o economica.
Daniela Santanché non è né sarà mai la mia eroina né tanto meno mi sento da lei rappresentata politicamente ma, come donna, ha tutto il mio rispetto e il mio sostegno per aver detto una cosa profondamente vera: il velo non è una libera scelta delle donne islamiche, né sarà mai un semplice segno manifesto della loro identità culturale e religiosa. Punto e basta.
Non c’è Imam, teologo, conoscitore del Corano, paladino dell’Islam o difensore del rispetto delle culture non occidentali che tenga.
La sopraffazione, la coercizione e l’assenza di considerazione e rispetto per la libertà delle donne non sono e non possono essere considerati cultura, sono piuttosto incivili tradizioni condannabili sotto ogni punto di vista.
Non indossare il velo o il burka è una scelta che in troppi paesi le donne pagano con la loro vita. Bene ha fatto Daniela Santanché ad esprimere la propria condanna pubblicamente. Male, anzi malissimo, fanno tutti coloro che esitano a prendere posizione e a condannare con decisione le violente reazioni del mondo islamico maschile alle parole della deputata.
Certo, avrei preferito che una scorta fosse concessa a tutte quelle donne islamiche che scelgono di non indossare il velo o di sposarsi senza il consenso della famiglia o semplicemente di amare un’altra donna. Loro sì che ne hanno bisogno. Avrei anche preferito che al posto della Santanché in TV fosse seduta una donna islamica, per spiegare all’Imam il perché e il percome il velo e il burka non sono una scelta di libertà. Disgraziatamente alle donne non è consentito discutere alcun testo sacro e le donne islamiche contrarie al velo, e ce ne sono tantissime, e a tutte le altre atrocità che le leggi coraniche o sedicenti coraniche riservano al genere femminile, non hanno alcun accesso ai mezzi di comunicazione di massa. E non solo le donne islamiche subiscono questa limitazione, nel terzo millennio il pensiero e l’opinione delle donne non trovano ancora alcuno spazio nei mezzi d’informazione. In oriente come in occidente la comunicazione è maschile e maschilista senza eccezioni. Lo è, putroppo, anche quell’informazione che nostalgicamente ci ostiniamo a definire “di sinistra”.
Politicamente parlando non ci sono più né sinistra né destra per le donne, c’è ormai solo la prevaricazione globalizzata della libertà e dei diritti delle donne. Su tutto il pianeta ci sono ormai solo la guerra che gli uomini hanno dichiarato alle donne, il femminicidio, l’abuso e la strumentalizzazione senza tregua e senza pietà  del genere femminile.
Muoiono indossando il velo le donne impiccate o lapidate, condannate dai tribunali islamici. Ricordiamocelo tutte e tutti prima di parlare di rispetto dell’identità e della cultura religiosa, e non c’è religione monoteistica al mondo che rispetti o tenga minimamente in considerazione l’identità e la cultura delle donne.


Era una morte annunciata
 
Anna  Politkovskaja  è stata assassinata  per le sue inchieste, la sua passione  per la verità, la denuncia  coraggiosa  degli orrori di un regime  militarista,  autoritario   e  criminale. 
Noi della Casa Internazionale   delle  Donne, nell'esprimere  il nostro  dolore  e la nostra  profonda  indignazione, vogliamo  ricordarla  con le sue parole  e raccogliere  la sua volontà di libertà  e di giustizia.
“Non vogliamo  più essere  schiavi, anche se è quanto più aggrada  all'Europa  e all'America  di oggi. Né vogliamo  essere  granelli  di sabbia, polvere  sui calzari altolocati - ma pur sempre calzari di tenente  colonnello  - di Vladimir  Putin. Vogliamo essere liberi.  Lo pretendiamo.  Perché  amiamo la libertà  quanto  voi.
Io vivo la vita, e scrivo  di ciò che vedo" ("La Russia  di Putin", Adelphi, 2005)

A.F.F.I. - Associazione  Federativa  Femminista  Internazionale


In attesa dell' appuntamento del 28 ottobre alla Casa

Qui di seguito, l'appello degli uomini contro la violenza:
lo discuteranno con noi alla Casa il 28 ottobre, dalle ore 10 alle ore 20

link Leggi l'appello




European Truck Tour For Diversity - Against Discrimination

Giovedì 14 settembre 2006
Piazza del Popolo dalle 10,30 alle 19,30

La tappa romana di Europan Truck Tour For Diversity - Against Discrimination per una campagna di sensibilizzazione contro le principali discriminazioni e in particolare per sensibilizzare i datori di lavoro circa  i loro obblighi.

link Leggi gli interventi

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Culture e  convivenze : Multiculturalismo e conflitto tra i sessi
Bianca Pomeranzi , Liberazione 8 settembre 2006


Il  dibattito sulla violenza nei confronti delle donne sta coinvolgendo  progressivamente il tema della convivenza tra le diverse comunità etniche,  sempre più visibili nel nostro paese. Anzi, sembra quasi che nel caso  della violenza sessuale alle italiane come nella violenza di genere contro  le migranti sia sempre in gioco l’“altro patriarcato”, quello che viene  dal Sud del mondo e riduce le donne a soggetti totalmente vulnerabili.  Recentemente, anche autrici serie, come Elisabetta Rasy sul Corriere della  Sera, non hanno perso occasione di denigrare il “multiculturalismo  femminista” che non osa prendere parola sulla mancanza di libertà delle  straniere migranti. Su questo, concordo con quanto ha scritto Monica  Lanfranco proprio su questo giornale, citando le voci delle donne migranti  in altri paesi occidentali con una storia molto più lunga del nostro in  materia, che da tempo hanno svelato come un certo tipo di  multiculturalismo sia spesso un “contratto tra patriarcati”, che rimuove e  allontana il conflitto di sesso. Prendere  posizione su un tema così complesso comunque, non è semplice e richiede un  “salto epistemologico” che solo alcune pratiche politiche stanno iniziando  a compiere. D’altronde, l’incapacità è diffusa nella cultura politica  italiana corrente, particolarmente arretrata anche a causa  dell’imbarbarimento culturale subito nel quinquennio berlusconiano. Di  questo imbarbarimento fa parte un uso improprio della retorica sulle donne  migranti “vittime”, lanciato dalle rappresentanti istituzionali del  governo di destra che avevano fatto della “tutela delle donne” un’arma per  criminalizzare le culture dell’immigrazione. E’ proprio di questo atteggiamento che il movimento delle  donne vorrebbe velocemente sbarazzarsi, senza chiudere gli occhi,  ovviamente, di fronte al patto patriarcale che trasforma il dialogo tra  civiltà in un cupo silenzio sulle condizioni materiali di vita delle  donne. I casi recenti e clamorosi di Hina e di Kaur non possono  passare in secondo piano, non possono non essere chiamati per quello che  sono: violenze di genere. In un caso, quello di Hina, la nostra  legislazione è sufficiente a punire, ma non a prevenire, nell’altro  semplicemente nè totalmente inefficace. Perché come ben sanno anche le  donne italiane, non ci sono strumenti per resistere alle pressioni  patriarcali all’interno della famiglia, se non la presa di coscienza, la  presa di parola, e la ribellione. Occorre dunque riflettere su cosa si può fare per  intervenire efficacemente. Su questo le pratiche avviate dalle donne,  spesso a livello locale, hanno dimostrato che accanto alle campagne di  informazione e di denuncia, vanno costruite strategie di intervento  concrete in cui il ruolo del pubblico, locale o nazionale, è quello di  sostenere iniziative che valorizzino l’autonomia delle donne migranti  anche rispetto alle loro comunità. Si tratta di una strategia semplice, ma  complessa nella sua realizzazione, poiché richiede l’attenzione a una  “pratica delle relazioni” che anche una grande parte della politica,  schiacciata solo sulla decisionalità istituzionale, non è in grado di  comprendere in tutta la sua importanza. La situazione è resa più difficile  dal fatto che neanche le associazioni di rappresentanza delle differenti  comunità migranti hanno interesse a spezzare il patto patriarcale che sta  alla base di un multiculturalismo omertoso sul conflitto tra i sessi  (quindi di facciata). L’azione delle “native” - per tornare al titolo di  un convegno femminista sull’emigrazione organizzato a Torino più di dieci  anni fa - dovrebbe essere quella di mettere in luce l’insostenibilità di  quel “patto patriarcale” per tutte le donne che vivono in questo paese.   Mi auguro che gli sciagurati episodi di violenza - verso le  italiane e verso le straniere - rimangano tutti, senza distinzione, al  centro dell’attenzione mediatica: per fare in modo che il dibattito,  aperto tra intellettuali, giornaliste/i, rappresentanti istituzionali e  attiviste, non si chiuda relegandoli di nuovo in episodi di cronaca  locale. Il giusto scandalo per questi massacri non può tuttavia tradursi  in una sbrigativa condanna delle culture “altre”, e deve far riflettere  sulle conseguenze della globalizzazione sfrenata che non ha mai tenuto in  conto la sostenibilità umana del modello di sviluppo neo-liberale. Fare  fronte a questi fenomeni costringe adesso uomini e donne, politica  istituzionale e movimenti, a radicali mutamenti di visione e di pratica  politica. In questo senso anche la cooperazione verso i paesi del Sud del  mondo, può servire a comprendere e a intervenire in modo appropriato e va  mantenuta costantemente “in tensione” con quello che accade all’interno  del nostro paese. Cercare di affrontare il problema delle violenze di sesso e  di genere in questo nuovo contesto globale impone di mettere in luce  l’esperienza delle donne, native e migranti, nel Nord come nel Sud del  mondo, per smascherare le connivenze e le gerarchie tra patriarcati. Solo  così avremo una possibilità di superare la concezione liberale del  multiculturalismo: attraverso una politica delle relazioni e della  conoscenza, capace di fornire le basi per una convivenza tra diversi che  non offenda i corpi e i desideri di nessuna.

Bianca Pomeranzi
Liberazione - 8 settembre 2006

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Peccato di informazione
Monica Luongo, 7 settembre 2006

A volte, più dei terribili fatti di cronaca nera, colpisce la strumentalizzazione di commenti e cronache legati ai fatti stessi. In pochi giorni una giovane pachistana è stata uccisa nel bresciano, dalla famiglia che la considerava troppo “occidentalizzata”; una donna indiana si è uccisa a Modena per non cedere a un matrimonio combinato, una famiglia egiziana ha ottenuto la cittadinanza italiana e la padrona di casa si è fatta fotografare con il niqab, il velo che nasconde completamente il volto, lasciando scoperti solo gli occhi.

Abbiamo volutamente aggiunto la terza notizia alle due di nera, perché è così che è stata presentata il 2 settembre dal Corriere della Sera, nella stessa pagina di cronaca che riportava l’annullamento del vertice italo-libico in materia di immigrazione. Donne, corpi, mutilazioni, cittadinanza, lavoro nero, bambini, matrimoni misti, diritti islamico e italiano: tutto si mescola neanche troppo confusamente nelle pagine di uno dei maggiori quotidiani del paese, che neanche troppo sommessamente ha deciso di combattere una battaglia a colpi di mouse contro gli stranieri italiani. E’ quasi sempre il condirettore Magdi Allam, egiziano di nascita, a curare commenti e editoriali: sicuramente ha il pregio di chiarire le regole coraniche nel mare confuso dell’interpretazione degli italiani e ha tutta la libertà di esprimere le proprie opinioni.

Ma è molto pericoloso affermare che la foto della signora ormai italiana velata “è emblematica di ciò che diventerà la società italiana accordando la cittadinanza senza verificare i valori fondamentali della nostra società” e deplorando il fatto che alcune sentenze consentono alle donne di fede islamica di girare con il velo, ma di essere (e questo non è scritto) pronte a ogni richiesta di riconoscimento da parte di pubblico ufficiale. “E’ del tutto evidente che questa signora non si integrerà mai”, e via così, incluso il pericolo che la “nave (italia, ndr) affondi”.

Da italiana che spesso lavora nei paesi in via di sviluppo mi vergogno spesso o quantomeno mi sento in imbarazzo quando mi trovo a dover discutere, con donne afflitte dalle violenze domestiche o dalle discriminazioni più eclatanti, di progetti che dovrebbero venire da noi – le occidentali emancipate . Mi fermo all’Italia, terra di omicidi efferati, di donne fatte a pezzi da mariti, amanti e fidanzati e gettate nella spazzatura, perché è di spazzatura che si tratta nella mente dei responsabili; di stupri nelle metropolitane delle metropoli in ora di punta (e ora di stupri denunciate da donne lesbiche, punite per i loro orientamenti sessuali), di un numero indescrivibile e rimosso di violenze domestiche, quelle che commette l’insospettabile ingegnere vicino di casa, proprio come recitano gli ancora pochi verbali di polizia di coloro che riescono a trovare la forza di denunciare il partner. Con quale coscienza in questo paese si può parlare di degrado dei costumi, di navi che affondano, mentre le nostre cantine della morale pullulano di scheletri, ovviamente femminili?

Una questione non esclude l’altra: avviare una serie discussione sui temi della violenza contro le donne senza limitarsi all’inasprimento delle pene, comprendere e lavorare sulla presenza di straniere e stranieri in Italia, approfondendone le motivazioni e i progetti migratori; interagire con le reti migranti che continuiamo in gran parte a ignorare; favorire infine le reti sopranazionali di donne che da sempre lavorano e ragionano su questo, spesso insieme agli uomini.

Resta il problema dell’informazione: ci si rende responsabili se si mischiano cronache e violenze, minacce di invasori alle porte, degrado dei costumi e campagne buoniste ( come quella del precedente governo contro le modificazioni genitali femminili, che aveva per slogan l’orribile “Aiutala a dventare donna”). Ancora una volta uomini complici nell’usare indirettamente il corpo femminile per campagne che con le donne non hanno nulla da dividere. Basta già questo per far affondare la nave.

Monica Luongo
7 settembre 2006

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Voi maschi potreste anche parlare, e noi schierarci con Kaur e Hina
Franca Fossati, 7 settembre 2006

Allo stupro omofobico e/o fascista (vedi Viareggio); al più comune e nascosto stupro familiare; allo stupro discotecaro e a quello turistico se ne è aggiunto un altro, definito etnico perché compiuto da immigrati. Solo quest’ultimo sta facendo discutere ed è diventato “questione politica e istituzionale” (Lea Melandri, Liberazione, 5 settembre). Tutti i salmi finiscono nello scontro di civiltà. Per non parlare delle uccisioni, delle botte, delle segregazioni. Ieri l’assassinio di Hina che voleva vivere come un’occidentale; oggi il suicidio di Kaur che non voleva tornare in India dall’anziano marito imposto dalla famiglia e soprattutto non voleva che ci tornassero i suoi figli.

Solo pochi mesi fa avevamo scritto su questo giornale dell’orribile strage, tutta italiana e occidentale, di mogli e fidanzate e figli da parte di mariti e fidanzati abbandonati. Poco dibattito allora, il boia domestico non fa notizia. Tranne le solite femministe d’antan. Ancora una volta ci siamo esibite nelle solite riflessioni politicamente corrette. Anche oggi con gli stupri sono state richiamate le “riserviste”: come commentate le affermazioni del prefetto di Milano ( e di Roma) che dice che le ragazze sono imprudenti (Mariolina Iossa, Corriere della sera, 4 settembre)? Come mai non siete scese in piazza? Come “rispondete al fatto che gli uomini continuano a tradurre il sesso in una malattia rabbiosa e crudele” (Letizia Paolozzi, www.donnealtri.it)?

C’è da essere scoraggiate: succede più o meno come trent’anni fa e se ne parla più o meno come trent’anni fa. C’è chi si consola dicendo: ma oggi si denuncia di più; ma , almeno qui da noi, c’è più riprovazione sociale; lo stupro è violenza contro la persona, lo dice la legge. E poi i taxi rosa (ma chi ha qualche lustro in più si ricorda “riprendiamoci la notte”?) e i negozi aperti, gli incroci illuminati. Ben vengano, finalmente. C’è sempre chi dice che le pene devono essere più severe. E chi ribatte che non è con le leggi che si risolve il problema, che il mito della sicurezza “è una trappola” (Angela Azzaro, Liberazione, 1 settembre). E chi contro-replica: la sicurezza è libertà, come negarlo (Dorina Bianchi, Europa, 2 settembre)?

Negli anni settanta almeno eravamo riuscite a riportare lo stupro “al grado zero: un uomo stupra una donna” (Maria Serena Palieri, L’Unità 3 settembre), oggi ci sono aggravanti politicamente sensibili.

Ed è indubbia la contraddizione e il conflitto tra culture e tradizioni, non solo religiose, che legittimano la violenza contro le donne e negano al sesso femminile la libertà di scelta e società come le nostre che le donne hanno già in parte trasformato iscrivendo, a fatica, (quanta fatica!), la libertà femminile nelle leggi e nel costume. Ma possiamo parlarne come se fossimo in un mondo di innocenti invasi dai barbari? Chi è innocente, chi?

Perché, una volta tanto, non siete scesi in piazza voi uomini? Perché non avete gridato ai vostri fratelli di sesso, musulmani, cristiani, atei, coatti qualunque, che è ora di smetterla, che c’è un altro modo di essere maschi? Come mai i vescovi e il Papa non tuonano dai pulpiti, non minacciano scomuniche e inferni? Rispondete, su rispondete. Ce l’avete un altro modello in testa e sotto la cintura? Ne avete parlato ai vostri figli? Avete mostrato in casa e in famiglia come vanno rispettate le mogli, le madri, le figlie? Lo avete spiegato ai vostri compagni di lavoro stranieri che il corpo dell’altra è inviolabile, senza il suo consenso? Vi siete mai mostrati orgogliosi con gli altri, con “i barbari”, della libertà che le vostre donne si sono conquistate anche contro di voi?

In realtà è più facile parlare di leggi e di codici; fare la predica alle femministe o, peggio, rimpiangere quei “valori” patriarcali che gli altri, gli stranieri, incarnano con tanto crudele rigore. Come in “uno specchio deformante e inquietante” (Alberto Leiss su donnealtri.it).
So bene che un’invettiva anti maschi serve solo come training contro la depressione. E so anche che noi donne del “mondo libero” non ci possiamo del tutto chiamare fuori. Innanzitutto come madri di figli maschi. E come mogli complici, sorelle accondiscendenti, acide rivali delle altre. E soprattutto, nel discorso pubblico, dobbiamo decidere se stiamo dalla parte di Hina o della sua comunità che in qualche modo ha giustificato il padre assassino. Se onoriamo Kaur o la sua famiglia indiana che l’ha portata al suicidio. Se ci sentiamo abbastanza forti da offrire, senza complessi e falsa coscienza, una sponda pratica e simbolica alle donne che vogliono liberarsi dalla segregazione e dalla violenza. Ce lo aveva già chiesto chiaramente Ayan Hirsi Ali nel suo libro “Non sottomessa”. Vale la pena di rileggerlo.

Franca Fossati
tratto da "Europa" del 6 settembre 2006

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Contro le radici sessiste dell'Europa
Edda Billi, settembre 2006

E siccome divento ogni giorno di più trasparente, ogni giorno di più invisibile mi chiedo cosa fare per volare più in alto, almeno quel tanto da non essere contaminate dalle lordure di questa società monosessuata, sessista e criminale.
Lo so, come dice Bianca Pomeranzi che “al soddisfacimento del bisogno di libertà del vivere e del convivere” quale possibilità per sconfiggere i fondamentalismi bisognerà mettere al lavoro le esperienze acquisite dalle donne per liberarci dal dominio patriarcale.
Ma cosa fare di fronte ai troppi merli che fischiano ingiurie e falsità contro di noi dimenticando quale lunga e dura lotta abbiamo fatto per ottenere che la violenza sessista fosse, come è, violenza contro la persona e non contro la morale come per secoli è stato, relegandoci a meri oggetti per i piaceri criminali dei tanti merli che pontificano sconsideratamente.
Lo so, come dice Lea Meandri, che “il boia domestico non ha patria” visto che gli stupri e le violenze in famiglia sono all’ordine del giorno e che se di violenza bisogna parlare questa è sessista e non razzista come troppi vorrebbero che fosse.
Questi sciagurati “nati di donna” sono tanti, troppi; li mettiamo al mondo noi e non so per quale misteriosa e sporca ragione tentino di distruggerci.
Me detto questo cosa fare per farci ri-sentire, per uscire dal silenzio in cui stiamo ritornando, per tentare almeno di esistere intere, senza mediazioni ipocrite più o meno istituzionali, tristissimi approcci di ministre e sindache che ignorano la nostra esistenza, che perpetuano l’andazzo patriarcale.
Volare alto significa prenderci per mano, uscire dalle monadi in cui ci siamo rinchiuse, riprendere una comunicazione, vera, fattiva, viva.
Significa non delegare nulla a nessuno, a nessuna.
Ripartire da noi e ricucire i rapporti sbrindellati, fare dei nostri corpi violentati fisicamente e psicologicamente dei baluardi contro l’infamia che ben definisce tutto il patriarcato, che non ha frontiere, che non ha colori.
I patriarchi si somigliano tutti e tutti, ma proprio tutti sono misogini e criminali.
Significa, volare alto, non accettare più compromessi dei vari pari-opportunismi, riprendere la parola, riprenderci i corpi e uscire dai troppi convegni spesso fini a se stessi e soprattutto anche questi ignorati e messi sotto silenzio dalla comunicazione che si perde in servizi demenziali e offensivi.
Cosa fare contro un sistema che ci è nemico e che, come dice Lucilla ci ha dichiarato guerra, se non prendere atto e decidere di passare al contrattacco.
Gli stupri non si contano più; ora anche le lesbiche in quanto tali sono prese di mira. Mi sembra cresciuta quest’antica offensiva persino dai tempi del primo femminismo e con troppe donne a difenderli, stampelle del patriarcato, a volte quasi più feroci dei figli e mariti che proteggono.

E’ dura, lo so.
Ma non possiamo solo subire; bisognerà pure trovare le forme di risposta e che non siamo soltanto quelle di difesa o di crocerossine pietose.
Io non ne posso più.
E voi?

Edda Billi

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Comunicato delle Rete di Donne di Bologna
in merito alle politiche culturali contro la violenza sulle donne.
Rete di donne di Bologna, 29 agosto 2006

Non passa giorno senza apprendere che una donna è stata violentata, picchiata, uccisa. Ogni volta siamo colte da rabbia, umiliazione, sensi di colpa. Ma non è più sufficiente dire "basta", uscire dal silenzio, dare e ricevere solidarietà. Vogliamo i cambiamenti che sono necessari a fermare la violenza degli uomini sulle donne. Sappiamo che occorre riparare, là dove è possibile, là dove la violenza non conduce alla morte. Occorre prevenire; occorre modificare la cultura patriarcale che produce violenza.

Conosciamo la difficoltà che esiste a sfatare gli stereotipi sulla violenza alle donne; tra questi se n'aggiunge uno, che vuole la violenza legata prevalentemente all'immigrazione, sappiamo che non è vero.
La massima cruenza esplode tra le mura domestiche, la prima causa di morte delle donne fra i 16 e i 44 anni, è la violenza subita in famiglia. Riconosciamo, tuttavia, le profonde differenze portate da culture tradizionali e tradizionaliste, che negano la donna come soggetto. Senza il riconoscimento della libertà e della dignità della donna non è possibile convivenza.
Vogliamo costruire con le donne, italiane ed immigrate, e con gli uomini, pratiche di relazione non violenta tra i sessi, di rispetto e di riconoscimento delle donne.
Intendiamo garantire gli spazi di libertà femminile.

A Bologna ci sono luoghi e associazioni femminili che sono da tempo impegnate a ridefinire il rapporto tra i sessi e lavorano per le donne in difficoltà, a cominciare dalla Casa delle donne per non subire violenza. Sono competenze ed esperienze accumulate da tante e in tanti anni, che, purtroppo siamo continuamente costrette a rimettere in campo. Sollecitiamo la società tutta e le istituzioni a passare dall'enunciazione ai fatti, mettendo in rete azioni, esperienze e competenze, come il tavolo costituito a Bologna nei mesi scorsi, dall'Assessora alle Differenze, e non ancora operativo.

Istituzioni, servizi, strutture educative, forze dell'ordine, parti sociali, partiti politici, mass-media, donne e uomini della città, tutti si devono sentire coinvolti in un'unica forza di cambiamento. Ci sono piani d'azione differenziata; dalla complessità dell'azione educativa e i servizi di welfare adeguati, a provvedimenti semplici e tuttavia utili; come i "taxi rosa", mezzi pubblici più efficienti, più attenzione e sensibilità alla persona e la valorizzazione dei tanti progetti e iniziative attorno alla prevenzione della violenza, promossi dalle associazioni femminili di Bologna.

Non basta la consapevolezza femminile a fermare le mani maschili che violano la mente e il corpo delle donne fino ad ucciderlo. È indispensabile che assieme alle donne anche gli uomini, singolarmente e collettivamente, si assumano la responsabilità del cambiamento, con contributi di riflessione e azione.

Dire "basta" non è sufficiente, ma è importante. Proponiamo e lavoriamo per una grande manifestazione nazionale che richiami attenzione e visibilità su questi temi.

29 agosto 2006
Rete di donne di Bologna

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Pronte a mobilitare in piazza la società civile contro la violenza sulle donne.
Telefono Rosa, comunicato stampa del 1 settembre 2006

Il Telefono Rosa condivide le dichiarazioni del Ministro Pollastrini e chiede azioni concrete e immediate.

Le dichiarazioni rilasciate oggi dal Ministro Barbara Pollastrini (intervistata oggi dopo l'ennesimo caso di stupro questa volta in Versilia) rendono finalmente giustizia a quella che non è, come molti preferiscono far credere, una sequenza occasionale di episodi di violenza sulle donne, ma una vera e propria "emergenza sociale".

"Finalmente abbiamo un Ministro che esprime a pieno - dice la Presidente Carnieri Moscatelli - il pensiero della nostra associazione, che da quasi vent'anni si confronta con questo gravissimo reato e che ormai da molti mesi denuncia un incredibile aumento delle violenze e degli stupri.
Condividiamo totalmente le azioni proposte dal Ministro, primo fra tutti un piano nazionale di misure di contrasto a questo dilagante fenomeno. Poi un osservatorio ministeriale, un doveroso inasprimento delle pene e l'aiuto legale alle vittime.
Nell'immediato, a nostro parere vorremmo, che la rappresentante del Dicastero delle Pari Opportunità sollecitasse il Ministro degli Interni Amato ad una maggiore presenza e sensibilità delle Forze dell'Ordine sul territorio"

"Il Telefono Rosa - continua la Presidente - metterà a disposizione tutta la propria esperienza e il proprio impegno per dare in ogni sede, sia nazionale che locale, il contributo necessario affinché questo piano prenda vita in tempi brevi. La nostra associazione fa anche appello a tutti i Centri Antiviolenza d'Italia perché si rendano ugualmente disponibili e testimonino sia al Ministro Pollastrini che al Governo tutta la convinzione che solo simili misure possano essere una giusta risposta a tanta violenza e tanta crudeltà contro le donne. Siamo pronte, qualora dovesse risultare inevitabile, a rappresentare la preoccupazione di tutta società civile con una grande manifestazione a Roma.

E' ora di affrontare concretamente il problema!"

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Comunicato della LAI*
Lesbiche Antifasciste Italiane

Lo stupro perpetrato in questi giorni a Torre del Lago è un delitto "politico" contro una donna lesbica e a rendere più intollerabile l'evento, di per sé doloroso, è il fatto che per crimini di tale natura non esistono ancora in Italia quelle tutele specifiche, che sono già presenti in altri stati. Come spesso in passato, i giornali hanno catalogato l'episodio nella cronaca, evidenziando soprattutto che i violentatori sono "italiani". Oh guarda che stranezza, non sono stati dei fondamentalisti islamici! E com'è possibile che accadano "certe cose" in un Paese cattolico e bianco e capitalista, magari ad opera di bianchi e capitalisti, convinti anche di essere buoni cattolici?

Ancora una volta sulla stampa si è parlato principalmente della circostanza che Paola, lesbica, è stata stuprata in una zona appartata dove si era recata di sua volontà...come a dire che in fondo se l'è cercata e che esistevano motivi spiegabili - il lesbismo e la pretesa di girare da sola - perché qualcuno "liberamente" ne abusasse. In questo stupro di matrice politica la violenza è doppia: contro un corpo di donna, contro un corpo di lesbica. E l'oggetto della violenza ha tanti nomi. Oggi si chiama Paola, a Torre del Lago; ma si chiamava con un altro nome altrove, oppure non ha potuto neanche nominarsi, come in tanti casi non denunciati per la paura dettata dall'intimidazione.

E' necessario dire chiaro e forte che si è trattato d'una violenza fascista, d'uno stupro di massa alimentato dall'ideologia patriarcale, religiosa o laica che sia. Lo stupro di Paola è l'ennesimo episodio della continua, ripetuta aggressione nei confronti di lesbiche, gay e transessuali e purtroppo non sarà neanche l'ultimo, perché l'estrema destra in Italia da anni sta alimentando odio e violenza verso chi - a parer suo - reca danno alla triade Dio-Patria-Famiglia. Questa brutale campagna d'opinione va avanti da anni, acquistando un carattere sempre più dilagante e devastante, dati anche i tentativi - espliciti o striscianti - di sminuire la gravità degli attacchi che "i bravi ragazzi", rappresentanti delle "sane famiglie", impunemente portano avanti.

Dobbiamo cambiare rotta. Lo stupro, soprattutto uno di questo tipo, non si esaurisce fra vittima e carnefice, ma si estende alla comunità di cui il soggetto violentato fa parte. Colpire una donna lesbica, un gay, uno o una trans, oltre ad essere un crimine odioso contro la persona che ne è vittima, tende a colpire al cuore la sua, la nostra comunità d'appartenenza.

E' necessaria una forte battaglia culturale e anche un'azione legislativa specifica, per fermare non solo gli esecutori dei crimini, ma anche tutti coloro - siano essi opinionisti, politici, medici, religiosi d'ogni estrazione - che, sostenendo il disprezzo e l'odio verso gay, transessuali e lesbiche, o verso quelle altre donne eterosessuali che comunque vivono liberamente la loro sessualità, alimentano il retroterra culturale in cui maturano delitti come questo.

Dobbiamo lottare con fermezza perché sia varata una legge contro le discriminazioni d'ogni portata, nei confronti di tutte le persone che vivono liberamente la propria sessualità e la propria identità di genere; dovremo altresì vigilare sull'applicazione di questa legge e garantire che vengano svolte campagne per farla conoscere; ma dovrà cambiare anche l'atteggiamento del "movimento lgbt" verso la discriminazione rivolta ai "diversi", deve cambiare a partire da adesso. Bisogna saper mettere in campo una mobilitazione tempestiva, per far capire che la persona oggetto di violenza NON E' sola. Fascisti ed estremisti di destra in genere contano proprio sulle divisioni esistenti all'interno del movimento, per portare avanti il loro progetto reazionario con l'avallo delle chiese, della famiglia e di tutte quelle istituzioni la cui esistenza si fonda sulla sottomissione delle donne e dei "diversi".

Basta. Va fatta giustizia nei confronti di chi abbatte il suo odio cieco sui deboli e "diversi", testimoni che, col loro semplice "esistere", sono i germi vitali di un modo altro e possibile d'interpretare il mondo. I delitti causati da odio fobico verso gruppi differenti dal proprio si assomigliano tutti, quale che sia la specificità del gruppo. L'inclusione dei crimini compiuti a danno degli appartenenti alla comunità lgbt tra quelli determinati da differenze razziali, etniche, religiose e nazionalistiche, per i quali la legge Mancino prevede specifiche tutele, è dunque il minimo che si possa oggi pretendere da una società civile europea.

Ribadiamo: dello stupro di Torre del Lago subito da Paola, una lesbica trentenne, sono responsabili tutti. Tutti quelli che in questi mesi hanno designato i gay tramite il termine di "culattoni", tutti quelli che vogliono "curare" coloro che suppongono e definiscono come "malati", o "pervertiti", o "froci", ma sono responsabili anche quelli che associano la parola gay a pedofilo. Sono  s i n g o l a r m e n t e  responsabili tutti coloro che non vogliono garantire alla comunità lgbt i diritti, che non vogliono tutelare i suoi componenti sul lavoro e nella vita, disattendendo consapevolmente lo specifico invito della Comunità Europea, a varare leggi di tutela dalle discriminazioni in base all'orientamento sessuale.

Lo stupro di Torre del Lago pesi sulle loro coscienze, perché questo atto è la quasi-diretta conseguenza delle tante vessazioni, piccole e grandi, fatte subire alla comunità lgbt quotidianamente e molto spesso coperte da silenzio; è la conseguenza quasi-diretta di discriminazioni che generano la paura; è il risultato delle tante parole d'odio dette e sentite in tv, lette sui giornali o udite nei comizi, sbandierate con estrema arroganza dai vecchi e dai nuovi fascisti.

A Paola giunga la nostra voce, la nostra solidarietà di donne, di lesbiche pronte a scendere in piazza per lei e per le altre, per quelle tante che, diversamente da lei, non trovano il coraggio di pervenire, con la stessa sua forza, alla denuncia.

*  La LAI, Lesbiche Antifasciste Italiane, è una lista apartitica di discussione, confronto e informazione di Lesbiche che, mentre si riconoscono nel principio etico che ogni diversità è un valore e pertanto deve essere rispettosa civiltà, si dichiarano antifasciste, antirazziste, laiche,femministe, e pacifiste.

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Violenza Sessuale: è ora di una nuova consapevolezza
Ivana Bartoletti

Dalle cronache degli ultimi giorni è palese che sia in atto una recrudescenza della violenza sulle donne, una questione seria che interroga tutte e tutti noi. Ma è altrettanto palese che sia in atto una certa confusione, legata anche all'aumento della pericolosità nelle nostre città: siamo su un crinale rischioso, che mette in discussione gli approcci tradizionali. E bene ha fatto il sindaco di Brescia Corsini a distinguere tra la violenza maschilista su Hina e la serie di delitti cha ha colpito la città, mentre è sconcertante la reazione da parte della destra e di Calderoli alle sue parole.

Dobbiamo partire da un dato e avere il coraggio, tutti, di ammetterlo: c'è un filo conduttore, un nesso diretto tra la barbara uccisione di Hina e le troppe violenze, gli stupri di gruppo che segnano la cronaca delle nostre città: è la stessa violenza dei maschi contro le donne, che nulla ha a che vedere con le religioni e con il colore della pelle. Anzi, spesso usa la religione come clava per imporre il proprio maschilismo proprietario e negare i diritti delle donne.

Basta parlare con gli operatori dei nostri pronto-soccorso per capire quante siano le violenze domestiche, quelle non denunciate ma perpetrate nel silenzio, nell'omertà e nel dolore da parte di italiani o stranieri, di qualsiasi ceto sociale essi siano.

Basta pensare ai mariti italiani che fino a pochi anni fa, era il 1981, disponevano del delitto d'onore per mitigare le condanne per le proprie efferatezze ai danni delle mogli e delle figlie.

E ognuno conserva la memoria di soprusi, nei paesi come nelle città, e che certo albergano di più dove di più alberga l'ignoranza.

Tutti sanno quanto le lotte delle donne abbiano combattuto contro la misoginia e l'oscurantismo, dando così forza, vigore e sostanza politica a quel grande movimento delle idee che fu il Sessantotto, tanto è vero che l'Italia di strada ne ha fatta in trent'anni, traducendo in leggi i diritti delle donne.

Ora c'è un tema, quello della recrudescenza delle violenza, che ci scandalizza di più quando è perpetrata da immigrati.

La sicurezza nelle strade, nelle città e nelle case è un diritto di tutte le donne, di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa e culturale, e sarebbe utile che ne parlassero anche i maschi, gli intellettuali ed i politici.

Dobbiamo sgombrare il campo da un grande equivoco e cioè affermare che mai possiamo anteporre le culture alla dignità delle donne.

Proviamo noi donne ad immaginarci quaranta anni fa immigrate in un paese più emancipato: avremmo forse accettato di buon grado un matrimonio riparatore per le nostre figlie (cioè possibilità per lo stupratore di avere estinto il reato se poi sposa la vittima, in vigore in Italia fino al 1981) mentre le giovani del posto erano libere di scegliere il proprio futuro?

O ancora oggi, una donna italiana in Finlandia per trovare lavoro rifiuterebbe un posto nel consiglio di amministrazione di qualche azienda perché in Italia non ci sono le quote rosa mentre invece una legge finlandese impone alle aziende la parità?

Sembrano dissertazioni banali, ma non lo sono. Ci servono per chiederci: è possibile pensare ad un "progressismo dei valori" a cui chi entra nel nostro paese debba necessariamente aderire? Una carta dei valori, come giustamente ha proposto il Ministro Amato che insieme alla cittadinanza breve permetta di indicare un sistema di libertà per tutti, a partire dai diritti delle donne.

Non si tratta di una difesa dei "valori" dell'Occidente, di cui sono paladini Marcello Pera e Calderoli, gli stessi che mentre inneggiano alle libertà dell'Occidente, pensano a un nuovo oscurantismo, copiato in maniera dozzinale dai neoconservatori americani, che vede proprio nell'autonomia femminile il più grande terreno di arretramento.

Si tratta di affermare che non dobbiamo mai anteporre le culture alla cultura del progresso e dei diritti: solo così potremmo permettere ad esempio alle donne marocchine che in Marocco lottano per la loro emancipazione e ottengono un nuovo Codice di famiglia, di essere libere anche in Italia, impedendo ai loro maschi di confondere la nostalgia di casa con il conservatorismo e il maschilismo.

Oppure fare in modo che non avvenga più l'assurdo paradosso che, mentre il padre di Hina in Italia si permette per anni soprusi fino alla tragedia finale, il suo omologo in Pakistan venga denunciato e portato alla gogna dell'opinione pubblica.

Noi giovani donne dei Democratici di sinistra vogliamo lavorare su questo terreno, consapevoli che i nostri bisogni di "italiane" non siano dissimili da quelli delle giovani immigrate di prima o seconda generazione: tutte, proprio tutte, cittadine dello stesso paese, abbiamo diritto a città sicure, ad un nostro futuro, alla nostra formazione culturale e professionale, ad un lavoro che ci soddisfi, all'accesso alle carriere, all'accesso al credito per fare un mutuo per comprarci la casa in cui costruire  la nostra autonomia e le nostre famiglie. Abbiamo diritto di coniugare professione e voglia di maternità, così come abbiamo diritto ad una televisione di qualità che non faccia di noi solo comparse o veline.

Abbiamo diritto ad una parità reale e sostanziale come leva di sviluppo del paese.

E allora, solo dopo aver sgombrato il campo dagli equivoci,  affermando il principio che l'appartenenza ad un futuro comune sia più importante di ogni altra appartenenza culturale o religiosa, che possiamo collocare il tema della violenza sulle donne nella sua giusta posizione: materia di sicurezza, repressione e riqualificazione urbana certo. Ma anche affermazione di valori e principi come terreno di costruzione di una nuova cittadinanza, per tutti.

Con questa consapevolezza le giovani diessine avvieranno una grande mobilitazione, fatta di dibattiti e incontri in tutta Italia: ma chiediamo alle migliori energie del paese, alle donne e agli uomini del mondo della politica, delle associazioni, di tutte le appartenenze culturali e religiose, a tutti gli enti locali, di stare con noi, perché questa consapevolezza si traduca nel coraggio di affrontare finalmente un dibattito nuovo.

Ivana Bartoletti
Presidente nazionale Associazione Anna Lindh
Dipartimento Donne DS






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